Cirrosi epatica

La cirrosi epatica è una patologia che determina un lento e irreversibile deterioramento del fegato, il quale non è più in grado di funzionare per colpa di lesioni croniche: il tessuto epatico sano viene sostituito dal tessuto cicatriziale, il che fa in modo che il flusso del sangue che è diretto verso il fegato venga bloccato, anche solo parzialmente.

Cirrosi epatica: sintomi

I sintomi della cirrosi epatica inizialmente sono difficili da riconoscere: diventano più evidenti, comunque, a mano a mano che la patologia si evolve. A seconda dei casi, quindi, si può avere a che fare con una perdita di peso, con il vomito, con la nausea, con la perdita di appetito, con la sensazione di stanchezza, con la debolezza o con un frequente prurito. Un altro sintomo molto frequente è rappresentato dal gonfiore e dal dolore addominale, che sono dovuti all'accumulo di fluido, mentre le vene e i capillari possono diventare molto più visibili sulla pelle rispetto al solito.

Va sottolineato che la cirrosi è sempre asintomatica nello stadio iniziale della malattia: e questo, anche se a prima vista potrebbe sembrare un aspetto positivo, è in realtà un fattore molto negativo, perché vuol dire che può passare molto tempo prima che ci si renda conto dei danni che il fegato ha subito. Tutto dipende dalla pressione del sangue della vena porta, la quale non è ancora molto elevata; inoltre, l'assenza di sintomi dipende anche dalla presenza di epatociti in grado di adempiere alle proprie funzioni in maniera corretta.

Con il passare del tempo, ad ogni modo, si iniziano ad avvertire i primi sintomi per colpa della degenerazione epatica, susseguente all'aumento della pressione della vena porta e alla contemporanea diminuzione del numero di epatociti, che scompaiono sempre più velocemente.

Cause

Le cause della cirrosi possono essere diverse: la più importante, almeno in Italia e negli altri Paesi occidentali, è l'epatite C, mentre negli ultimi anni sono calati i casi di cirrosi dovuti all'HBV. Diverso è il discorso, invece, per i Paesi dell'Africa sub-sahariana e dell'Asia: qui, infatti, a originare la cirrosi è soprattutto l'epatite B. Non bisogna sottovalutare, poi, l'abuso di alcol, che è sia uno dei responsabili della malattia come fattore singolo, sia concausa insieme al virus HCV. In particolare, si ritiene che possa portare alla cirrosi l'assunzione di dosi di alcol eccessive, in modo continuativo, per almeno una decina di anni, anche se non è possibile stabilire una dose di sicurezza sotto la quale è consigliabile rimanere.

Aspettative di vita

Le aspettative di vita e la sopravvivenza di una persona malata di cirrosi epatica non possono essere stabilite a priori, in quanto la patologia evolve con un grado di intensità variabile e in modo diverso da persona a persona. In altri termini, per essere in grado di valutare le aspettative di vita con un certo livello di sicurezza è fondamentale sapere come si è evoluto il problema.

Il decorso può essere distinto in due fasi: si parla di cirrosi epatica compensata e di cirrosi epatica scompensata. Nella prima fase, il soggetto malato può addirittura non rendersi conto di essere malato, visto che non presenta alcun sintomi. In realtà, sarebbe opportuno riuscire a diagnosticare la malattia in questa fase; secondo le statistiche, infatti, al 90% i pazienti riescono a sopravvivere per cinque anni e all'80% per dieci.

La cirrosi epatica scompensata

La cirrosi epatica scompanrsata è la seconda fase della malattia, nel corso della quale possono comparire diverse complicanze, tra le quali:

  • peritonite batterica spontanea
  • encefalopatia epatica
  • epatocarcinoma
  • sindrome epato-ranale.

Tra le altre complicazioni possibile, si segnala la cosiddetta ascite, che consiste nella presenza di liquido dentro l'addome, insieme con la comparsa di ittero, in conseguenza della quale la cute assume una colorazione giallastra. Non sono rari, poi, i casi di emorragia da varici esofagee, che sono conseguenza di ipertensione portale. In questa seconda fase della cirrosi, i tassi di sopravvivenza sono molto bassi, con stime del 50% per cinque anni e del 30% per dieci anni.

Dieta

Le persone che soffrono di questa patologia dovrebbero prestare molta attenzione al proprio regime alimentare: la dieta, infatti, dovrebbe essere studiata in modo tale da contenere al minimo i danni nei confronti del fegato, così come l'edema, l'ascite e le altre conseguenze che potrebbero derivare.

Il problema è che nelle forme più gravi e nella cirrosi epatica ultimo stadio, non di rado i pazienti hanno a che fare con una condizione di malnutrizione che è il risultato del vomito, della nausea e della perdita di appetito che la malattia comporta: ne deriva una perdita di massa muscolare, da cui dipende un cattivo funzionamento del fegato stesso. Insomma, un cane che si morde la coda, considerando che il fegato svolge un ruolo fondamentale nel purificare l'organismo, eliminando le tossine in eccesso e nel convertire in riserva di energia il cibo.

Dal punto di vista della dieta, è opportuno prestare attenzione al consumo di grassi, i quali potrebbero essere digeriti con una certa difficoltà e, quindi, rischierebbero di andare ad accumularsi nell'intestino: si verificherebbe, pertanto, una condizione di steatorrea, cioè di steatosi epatica non alcolica.

Anche con gli zuccheri è bene regolarsi: a volte la cirrosi porta a iperglicemia, mentre altre volte porta a ipoglicemia. Il suggerimento, pertanto, è quello di consumare i legumi, il pane, la pasta e i cereali, vale a dire i carboidrati complessi e non i dolci, che sono carboidrati semplici, in quanto questi ultimi tendono ad agevolare le oscillazioni di glucosio.

A proposito dell'assunzione di proteine, infine, è bene chiedere consiglio al proprio medico, cercando comunque di preferire le proteine vegetali rispetto a quelle animali.

Conclusioni

La cirrosi, in conclusione, è una patologia su cui la ricerca deve fare ancora molto, visto che non garantisce aspettative di vita rassicuranti. Intervenire su ciò che si mangia può, comunque, lenire almeno parzialmente i disturbi che derivano dalla malattia.